LORENZA BARONCELLI

RAPSODIA SLAVA

I Balcani, oggi, sono il paradigma dell’insuccesso dell’Europa. © foto Lorenza Baroncelli

(Articolo scritto in collaborazione con Zara Audiello e apparso su: Domus 970, pdf )

I Balcani, oggi, sono il paradigma dell’insuccesso dell’Europa.
Il divario economico tra i Paesi del Nord e del Sud, l’incapacità di prevedere l’impatto che una crisi prolungata in nazioni come Grecia, Spagna e Italia può generare sulla Comunità Europea e le spinte separatiste di Stati come Olanda, Finlandia e Austria, stanno generando nel vecchio continente il timore di ripercorrere una storia simile a quella dell’area balcanica.
Il termine balcanizzazione è ancora in gran parte percepito solo come negativo, sinonimo di piccole guerre o feroci e sanguinose divisioni tra comunità multietniche. È necessario, invece, osservare e valorizzare le potenzialità sottese alle forze centrifughe. Dalla dissoluzione della Jugoslavia, Belgrado sta attraversando una lenta fase di deregolamentazione urbanistica, che si pone in netto contrasto con la forte pianificazione centralizzata promossa durante l’era comunista. Questo processo vede oggi coesistere patrimonio edilizio pubblico e proprietà privata al di fuori di una chiara legislazione che ne regoli il rapporto. Nonostante la rigidità strutturale del tessuto urbano preesistente e l’assenza di una sua regolamentazione, la città sta dimostrando un’inaspettata capacità di modificarsi e adattarsi alle esigenze dei cittadini in questa fase di transizione postcomunista.
Chi si sta prendendo cura, quindi, della transizione di Belgrado? I protagonisti di questa trasformazione non sono sicuramente le figure istituzionali (politici, architetti e urbanisti), ma neppure i cittadini, che in aree in via di sviluppo, come Sud America, India e Africa, sono spinti a costruire pezzi di città con i mezzi e le minime conoscenze tecniche a disposizione per l’urgenza di soddisfare necessità primarie.

Quella che è in atto a Belgrado è piuttosto una lenta rivoluzione, guidata dal sogno di un ceto medio nascente (professionisti, microimprenditoria e figure della cultura e subcultura serba), che realizza interventi puntuali coniugando conoscenze tecniche e reti nel territorio, immaginando e costruendo un nuovo progetto di città. Questo processo sta interessando molti aspetti della vita belgradese.
Il primo è quello che riguarda il rapporto tra produzione culturale e spazi urbani, che può essere raccontato con la storia di DJ Buca e del BIGZ building. Il BIGZ è una delle più famose e mastodontiche strutture brutaliste degli anni Trenta della città, ex sede della Tipografia nazionale, rimasta abbandonata per molti anni. Inarrestabile sognatore, DJ Buca è stato il protagonista della vita underground e culturale belgradese, ha portato la musica electro-trance nei Balcani, mangiando allucinogeni nei rifugi antiaerei, e ha dato vita alle manifestazioni del 1992, che portarono alla caduta di Slobodan Milošević. Nel 1995, insieme con due soci, intuisce che affittare uno spazio all’interno del BIGZ, ancora abbandonato, possa essere una scelta lungimirante e apre così il Klub Studio 69. Nel giro di pochi mesi, e grazie a una serie di psychedelic parties a cui parteciparono migliaia di persone, il BIGZ iniziò a ospitare i più importanti spazi di produzione culturale e aggregazione sociale della città—come studi di registrazione, atelier e lounge bar—, diventando così il fulcro della scena culturale e underground di Belgrado tra il 1990 e il 2010.
Un’altra storia, che invece ci racconta la riconversione di zone degradate della città, è quella di Maja Lalić, del Mikser Festival e del quartiere di Savamala. Savamala è il primo nucleo urbano di Belgrado, nato nel punto di affluenza della Sava nel Danubio. Nodo infrastrutturale e commerciale tra i più importanti dei Balcani, ha vissuto fasi di grande ricchezza e di decadenza, l’ultima delle quali durante l’embargo e i bombardamenti della NATO, quando fu abbandonato trasformandosi nella zona più pericolosa della città. Oggi l’area incomincia lentamente a rinascere, grazie a iniziative puntuali come quella del Mikser Festival. Questo, nato nel 2000 dalla testardaggine di Maja Lalić come spazio per la creatività aperto a giovani artisti, designer e architetti, è rapidamente diventato la manifestazione più importante di arte e architettura dei Balcani, conquistando grande fama. La forza del Mikser Festival, tuttavia, non è solo quella di essere un evento internazionale, bensì la capacità di ridisegnare il destino di Savamala, che da zona degradata e pericolosa è diventata uno dei quartieri di maggiore interesse creativo di Belgrado (con un conseguente aumento degli indici del mercato immobiliare), superando la lentezza e la poca lungimiranza della politica e della progettazione urbanistica.
La terza storia è quella del collettivo U10 e della sua galleria in via Kralja Milana 10. La dissoluzione della Jugoslavia ebbe notevoli ripercussioni sul sistema dell’arte serbo: l’embargo culturale limitò le influenze internazionali e le istituzioni promossero solo le opere con una forte spinta nazionalista, emarginando le pratiche artistiche che esulavano da questo tipo di ricerca. L’arte contemporanea, esclusa dai grandi circuiti, è ritornata allora nei territori e nelle strade, rinnovandosi nei processi collettivi. Nel novembre 2012, alcuni giovani artisti appena usciti dalla scuola d’arte, consci della difficoltà di accedere al mondo dell’arte nazionale e internazionale, convincono un costruttore a cedere loro, in comodato d’uso, un grande spazio vuoto e semi-nascosto al piano terra di un edificio residenziale del centro storico. Oggi, questa galleria è sicuramente uno dei luoghi più interessanti della città, non solo per la qualità dei giovani artisti in mostra, ma anche per la sua capacità di scardinare complesse dinamiche economiche legate al mondo dell’arte.
Queste tre storie raccontano di una città dura, conflittuale ed estrema, ma, contemporaneamente, viva e creativa: una città in cui coesistono melanconia e ironia; una città che non cerca di cancellare la propria storia, i conflitti e la sofferenza, ma su di essi costruisce il proprio carattere, l’estetica e la visione del futuro. Una città fatta di storie, di passioni, d’impulsi, di paure, di quelle stesse emozioni che dal Razionalismo a oggi le discipline artistiche (soprattutto architettura e design) hanno dimenticato di catalizzare, e su cui forse dovremmo ricominciare a interrogarci.

Questa riflessione potrebbe aiutare non solo a scoprire nuovi indirizzi tecnico-artistici o nuove strategie urbanistiche con cui mettere mano alle nostre città, ma potrebbe rappresentare lo strumento per rivalutare le potenzialità che un processo di balcanizzazione può generare, oltre che per ripensare la nostra appartenenza a questa incredibile, e a volte scomoda, Europa.

(link a Domus #970)

Rapsodia Slava

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